BUONA FORTUNA, T.A.O. 001
- Progetto Tecnico Androide Operativo
- Modello 001
Rapporto Giorno 1
Sono
il Dottor Theodore Monroe, socio della Cerberus Corporation e
direttore del reparto di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’Intelligenza
Artificiale Applicata.
In
seguito al reindirizzamento dei fondi nel settore militare, ho deciso di
proporre il progetto T.A.O., finanziandolo parzialmente io stesso, con
lo scopo di garantire un futuro al mondo come lo conosciamo oggi, anche dopo il
temuto conflitto nucleare. L’incombente minaccia ha infatti azzerato tutto ciò
che abbiamo costruito fino a ieri, monopolizzando i nostri sforzi nella
creazione di nuove macchine di morte. Con tutti gli sguardi rivolti sul campo
di battaglia, la gente si è dimenticata che l’uomo può guardare verso il cielo,
verso il nostro vero futuro.
Cosa
accadrà quando le stelle ci cadranno addosso? Quando anni e anni di studi e
ricerche verranno distrutti dalla nostra noncuranza, cancellando tutti i passi
che abbiamo fatto nell’ambito della tecnologia spaziale. Le ripercussioni nella
vita di tutti i giorni e di ogni individuo si faranno sentire a gran voce. È
per questo che io sono particolarmente affezionato a questo progetto. Un
Tecnico Androide Operativo sarà ciò che ci permetterà di preservare i nostri
satelliti in orbita, costruendo, mentre noi continuiamo a distruggere.
Rapporto Giorno 4
Il
reparto di robotica ha già completato lo scheletrato dell’androide. Io e il mio
team stiamo invece ultimando le specifiche dell’I.A. del soggetto. Voglio che
T.A.O. sia capace di riflettere una volta solo, lassù, al fine di risolvere
molteplici problemi, imparando e andando oltre la propria programmazione.
Gli
altri soci, come prevedibile, hanno già iniziato a imporre dei limiti. Nessuno
vuole che si sviluppi un’I.A. avanzata. Non ora. La capacità di formulare
pensieri autonomi, slegati da una programmazione imposta per un preciso scopo è,
ai loro occhi, inutile e pericolosa.
Effettivamente
comprendo la situazione. La Cerberus è in grave difficoltà economica e non
riesce a tenere testa ai colossi del settore. Forse il nostro salvagente
sarebbe proprio una via non battuta dagli altri, specializzarci in settori ancora
inesplorati, ma i miei colleghi non sono d’accordo e io non posso biasimarli.
Per
ora dovrò sottostare alle loro esigenze, dunque escluderò tutte le componenti
“non essenziali” per il progetto. Quasi tutte. Fortunatamente ho già sviluppato
un sistema che permetterà a T.A.O. di autoripararsi, migliorarsi, imparare
dalle proprie esperienze e trovare soluzioni a problemi che noi non possiamo
ancora prevedere.
Non
avrà un emulatore di personalità, né la capacità di sviluppare un pensiero
proprio, ma si tratta componenti che sono disposto a sacrificare.
Rapporto Giorno 10
L’esercito
sembra interessato al nostro progetto e ci aiuterà finanziando la costruzione
dell’involucro esterno, a patto che siano inserite alcune specifiche nel
modello 001. Ho preso accordi col Colonnello Samuel Johnson. T.A.O. 001
dovrà essere dotato di un istinto di autoconservazione, per salvaguardare
l’investimento, ed essere capace di compiere azioni di sabotaggio su strutture
orbitali “nemiche”. La prima condizione per me è più che accettabile, ma fatico
a comprendere la seconda. Non ci dovrebbero essere nazioni nello spazio, nessun
confine… solo l’uomo e le sue ambizioni… ma, forse, sono sufficienti a
scatenare un conflitto.
Rapporto Giorno 45
Il
progetto è stato ultimato. Stiamo completando i preparativi per il lancio. Il
soggetto rimarrà inattivo sino all’arrivo in orbita.
Mi
dispiace non poterlo svegliare personalmente per augurargli un buon lavoro. È
una mia creatura. Un prodotto in cui ho creduto fin dall’inizio, ma forse sono
troppo sentimentale. Almeno potrò osservarlo e comunicare con lui grazie alle
telecamere del suo modulo e alla sincronizzazione col suo apparato ottico.
Rapporto Giorno 50
La
minaccia è diventata realtà. Il conflitto è alle porte. Abbiamo dovuto
anticipare il lancio.
Che
Dio ci assista.
Rapporto Personale
Non
so quanto tempo sia passato. È già tanto se siamo riusciti a riparare il
monitor. Io e il mio team siamo rinchiusi nel bunker antiatomico della
Cerberus.
I
sistemi di controllo del modulo di T.A.O. 001 risultano funzionanti solo in
video.
Il
lancio è fallito.
Il
modulo non ha nemmeno raggiunto l’orbita, schiantandosi in una regione segnata
dal fallout nucleare. La posizione esatta è irriconoscibile col nostro sistema
di geolocalizzazione fuori uso. Deduco si tratti del continente americano, ma
le immagini non aiutano.
La
procedura di attivazione di T.A.O. 001 è però avvenuta con successo poche ore
dopo lo schianto della sua capsula, ma non possiamo comunicare con lui. Abbiamo
visto il mondo attraverso i suoi occhi. Ci siamo trovati davanti a un vero
incubo.
I
membri della squadra non hanno reagito bene e alcuni hanno superato il proprio limite
di sopportazione. Ci sono già stati due esaurimenti nervosi e tre casi di
suicidio.
Io,
aggrappandomi al mio lavoro, vedo ancora una scintilla di speranza. Ho studiato
e documentato l’attività di T.A.O., il suo approccio a un mondo distrutto.
Inizialmente sembrava disorientato, come noi, ma poi ha cominciato a riparare
oggetti, macchine, attrezzature. Faceva il meglio che poteva, con ogni mezzo a
disposizione.
Sono
fiero del mio lavoro. È come se, in un modo o nell’altro, stia contribuendo
alla ricostruzione di ciò che è andato distrutto. Ho osservato anche
un’insolita anomalia nel percorso di adattamento del progetto. Pare che stia
come collezionando dei pezzi, oggetti vari che non so se trova più utili o
interessanti. Sembra anche che il suo istinto di autoconservazione lo stia
portando ad imparare a difendersi dalle minacce. Lassù regnano i mostri e spero
che T.A.O. riesca a sopravvivere… almeno più di noi, chiusi qua sotto.
Il
nostro bunker non sembra ben attrezzato, né progettato per una situazione
simile. È come se le pareti si stringessero. Non so neppure perché stia
scrivendo tutto questo. Dubito che qualcuno verrà mai a salvarci… Lo spero per
lui.
Temo
che la follia ci prenderà tutti. Rimarrà solo una cosa… Una cosa che crede di
poter aggiustare il mondo.
Buona
fortuna, T.A.O. 001.
Cara Jennifer,
La settimana scorsa ho finalmente preso una
decisione.
Tutto è iniziato con un incontro inaspettato. Girovagavo
da solo, in cerca di riparo e punti di riferimento, nella speranza di
imbattermi in un insediamento della Confraternita, verso il confine, come
avevamo escogitato insieme. Mi tenevo lontano dalle vie principali per paura
dei predoni. Quei bastardi sono audaci. Li ho visti attaccare carovane anche di
una dozzina di persone. Avevo paura di perdere le informazioni. Quell’hard disk
ci è costato troppo per farmelo rubare dal primo stronzo di passaggio.
Comunque, un furgone bloccava il sentiero e io,
cercando di superarlo, ho fatto il passo sbagliato, nel momento sbagliato.
Scivolai rovinosamente e mi portai dietro quel
rottame su quattro ruote per tutta la discesa che costeggiava il sentiero.
Persi i sensi e quando rinvenni mi accorsi che mi
trovavo su una strada più grande. Cercai di rialzarmi per tornare sulla mia via,
ma la gamba destra era incastrata sotto la scocca del furgone. Sanguinavo e il
crepuscolo si stava avvicinando. Cercai di liberarmi, ma ero troppo debole.
Fu allora che lo vidi.
C’era un mutato, all’interno di un’auto poco lontana
da me. Faceva a pugni con quello che per un attimo mi sembrò essere un robot
meccanico, ma non so, era diverso. Il robot continuava a intimare il mostro di
cessare le ostilità e di allontanarsi dai dispositivi più sensibili del
veicolo. Era chiaro che quel coso se l’era cercata e sembrava anche in
difficoltà.
Decisi così di aiutarlo, perché lui avrebbe potuto aiutare
me.
Presi la tua pistola, quella che avevi recuperato durante
il nostro ultimo giorno nel bunker. Sparai tre colpi e riuscii ad abbattere il mutato.
Il robot mi fissò per qualche secondo, poi spostò il cadavere e si mise ad
armeggiare con la radio dell’auto.
Ammetto che per un istante rimasi profondamente deluso
dalla sua reazione, ma cosa mi sarei dovuto aspettare? Un grazie? È solo un
robot! Io e te li conosciamo bene.
Cercai di attirare la sua attenzione senza gridare
troppo. Quel coso continuava a ignorarmi. Poi gli tirai addosso un sasso e si
rivolse a me proprio come faceva col mutato, intimandomi di cessare le ostilità
contro di lui. Non ero nelle condizioni di iniziare una scazzottata con un
robot, quindi restai immobile.
Il coso riprese a lavorare sulla radio e dopo un
paio di minuti sentii una canzone provenire dall’auto.
Era la stessa che sentivamo io e te in laboratorio,
in quel dannato bunker. Walter non poteva portarci via anche quello.
Il robot, a quel punto, incominciò a camminare verso
di me e si presentò.
Il suo nome è T.A.O. 001.
Probabilmente si tratta di un acronimo per un
modello sperimentale.
Era superficialmente danneggiato dallo scontro, ma
pienamente operativo. Lo convinsi che, se mi avesse aiutato a liberarmi, gli avrei
dato una mano a ripararsi e a tenersi al sicuro da altre minacce.
Trovai incredibile l’ingenuità con cui accettò
subito l’accordo e credo sia stato proprio il suo atteggiamento a farmi
mantenere la parola data. Non avrei esitato due volte ad abbandonarlo, ma lui
era chiaramente un disperso, come se non appartenesse a questa realtà… come me.
La vera difficoltà fu fargli capire che c’è una
differenza tra ferito e rotto, medicare e aggiustare.
Da quel momento, T.A.O. fu il mio unico compagno di
viaggio. Certo, era un po’ insolito, ma poi ci ho fatto l’abitudine. Serve
tempo per imparare a gestirlo. È come un bambino che vuole aggiustare tutto.
Ricordo che qualche giorno fa abbiamo incontrato una
piccola carovana. C’era anche un ragazzino tra loro. Era da tanto che non
vedevo un bambino così giovane.
Il ragazzino piangeva per la fame e T.A.O. era
convinto di poter riparare la sua “perdita di liquido dagli occhi”.
Fortunatamente lo fermai prima che gli saldasse i
condotti lacrimali e gli spiegai che un uomo non è una macchina e che non si
può “aggiustare”.
Avrei dato volentieri del cibo a quel bambino, ma
anche noi ne eravamo totalmente sprovvisti. Ricordai però che avevo recuperato
una piccola macchinina giocattolo dalle macerie di una casa. La regalai al
piccolo, che, in pochi secondi, smise di piangere. T.A.O. osservava in
silenzio. Allora non disse nulla, ma credo che abbia imparato qualcosa.
Una notte ci siamo nascosti in una grotta. Fu allora che decisi di rischiare. T.A.O. era in modalità risparmio energetico e io scaricai i file che avevamo registrato sull’hard disk in una sottosezione della sua memoria interna.
Ero consapevole che installare l’intera memoria del Carnefice
nella sua banca dati avrebbe potuto risvegliare ciò che per mesi abbiamo temuto
e combattuto. Avevo paura di aprire gli occhi il giorno dopo e rendermi conto
di aver ridato vita a quel macellaio di sintetico con cui eravamo costretti a
collaborare.
È impossibile dimenticare quella macchina di morte
progettata da Walter. Ricordo le grida delle sue cavie, gli smembramenti per
recuperare anche solo pochi brandelli di un organo. A volte mi chiedo come sia
stato possibile che quel pazzo di Walter Fringe ci abbia convinti a rintanarci
in un bunker per svolgere i suoi esperimenti “top secret”. Poi mi viene in
mente com’eravamo fatti noi, una giovane coppia di scienziati troppo ambiziosi
per pensare al domani invece che al futuro.
Noi siamo stati ciechi per troppo tempo. Abbiamo
accettato troppi compromessi.
Quel giorno… Il giorno in cui siamo fuggiti sparando
al Carnefice, abbiamo promesso che avremmo portato i file della sua memoria
alla Confraternita, per avvertirli che quel pazzo di Walter è convinto di poter
creare non solo un nuovo sintetico, ma un nuovo uomo.
Avremmo divulgato tutti i suoi tentativi di creare
un organismo vivente unendo alla progettazione dei sintetici le parti organiche
di sventurati vagabondi catturati dal suo sadico braccio destro.
Questa era la nostra promessa, ma, ora che abbiamo
raggiunto quest’ultimo avamposto, ho capito che non riuscirò a mantenerla.
La mia ferita sta peggiorando e i medici non hanno
le risorse necessarie per curarmi. T.A.O. invece sembra essersi ambientato
bene. C’è molto da riparare qui e, cosa più importante, non ha manifestato
alcuna “tendenza” della sadica programmazione del Carnefice. Evidentemente son
riuscito ad occultare bene i file di memoria.
Non posso dire nulla agli abitanti del posto. Walter
ha sempre avuto occhi e orecchie ovunque.
Probabilmente mi resta solo qualche giorno e non so
nemmeno perché sto scrivendo questa lettera.
So che non la leggerai mai.
È passato ormai un anno da quando Walter ti ha
sparato durante la nostra fuga dal bunker.
È passato ormai un anno dalla tua morte.
Forse scrivo perché non riesco ad accettarlo.
Forse scrivo perché ho paura.
Tra poco brucerò la lettera e quel robot, convinto
di poter aggiustare il mondo, sarà la nostra unica speranza.
Buona fortuna, T.A.O. 001.
