CARNE DA MACELLO





Era una tranquilla giornata di sole a Port Hav, piccolo polo del commercio marittimo lungo Costa Scarlatta, quando un giovane manovale umano interruppe la ronda di Panfir e Gulmyr, l’elfo e il nano addetti ai controlli del molo settentrionale.

“Finalmente vi ho trovati! Abbiamo un problema al secondo molo!” Esclamò il ragazzo ancora ansimante per la corsa.

“Non è affar nostro. Quel molo ha un proprio supervisore.” Rispose l’elfo guardandolo dall’alto verso il basso.

“Non riusciamo a trovarlo! Dovete sbrigarvi!” Concluse l’umano prima di tornare sui propri passi.

“Non mi piace questa storia, Panfir.” Bisbigliò timidamente il nano.

“Girano brutte voci sul secondo molo.”

“Loschi contrabbandieri e pirati. Non mi fa piacere ficcare il naso nei loro affari, ma è il nostro mestiere e sarebbe peggio se uno di loro avesse un problema sapendo che noi avremmo potuto evitarlo. Non sei d’accordo, Gulmyr?”

Il nano chinò il capo borbottando e seguendo il suo collega fino al secondo molo, dove il manovale li attendeva sempre più agitato.

“Quell’orco non è dei miei, né della ciurma!” Affermò il ragazzo indicando una colossale figura sulla prima nave ormeggiata.

Sembrava che l’orco avesse appena trasportato un grosso barile a bordo e che ora fosse pronto a sbarcare. Panfir riconobbe subito il vascello. Era la Tempesta, la nave di Alovar, un mezzelfo noto per le numerose attività di pirateria e contrabbando. Data la sua naturale inclinazione alla violenza e la sua estesa rete di corruzione, nessuno osava toccare lui, la sua nave o la sua ciurma. Un’irregolarità nel suo carico avrebbe potuto condannare a morte tutti gli addetti ai lavori.

“Dovremmo occuparci solo noi dei rifornimenti!” Aggiunse l’umano tentando di attirare l’attenzione della coppia. Panfir esitò ancora per un istante, fermo a osservare quella mostruosità, ma poi trovò il coraggio di rispondere al ragazzo.

“Ci pensiamo noi. Voi continuate il vostro lavoro.”

L’umano annuì e se ne andò con altri due manovali al molo successivo.

I supervisori del porto scambiarono un cenno di intesa e si diressero verso l’indesiderata creatura. Avvicinandosi ebbero modo di notare che quella montagna di muscoli vestiva un’armatura a piastre solamente sul braccio destro e dalla vita in giù. Il resto del corpo era scoperto, mostrando numerose cicatrici e qualcosa di ancora più strano.

Alcuni lembi di pelle erano stati rimpiazzati da placche di metallo, quasi a comporre porzioni di armatura naturale. Evidentemente non si trattava di un semplice marinaio.

“Fermo dove sei!” Gridò Panfir.

Il barbaro obbedì e si voltò verso di loro. Un volto segnato da numerosi scontri, lunghe zanne affilate e una calotta di metallo sul lato destro del cranio fecero rabbrividire i due.

“Che c’è?” Ringhiò l’orco con voce profonda, interrompendo un imbarazzante silenzio.

“Abbiamo ricevuto delle lamentele.” Disse l’elfo tentando di mantenere un tono quanto più professionale possibile.

“Ti preghiamo di interrompere la tua attività immediatamente.”

“E chi li carica i barili?”

“Noi!” Rispose il nano facendo un passo avanti.

L’orco si chinò verso i due supervisori e Gulmyr fece subito due passi indietro.

“Non sembrate abbastanza forti.” Osservò il mostro.

“Non intendo noi nel senso di noi due. Noi, quelli del porto.”

“Abbiamo degli addetti per simili servizi.” Intervenne Panfir a sostegno del collega.

“Comunque ho finito.” Concluse il colosso prima di dar loro le spalle, ma l’elfo non aveva ancora finito con lui.

“Dove vai?”

“Alla mia nave.”

“Uno come te ha una nave!?”

Panfir si rese subito conto che non avrebbe dovuto fare quella domanda, ma tentò di non lasciar trapelare il suo nervosismo mantenendo una postura autoritaria.

“Uno come me?” Grugnì l’orco voltandosi verso la sventurata coppia.

“Intendo un guerriero! Uno con tante cicatrici e quelle cose di metallo…”

“Smettila e lascialo andare!” Bisbigliò il nano a Panfir. “Non vedi quant’è grosso!? Chissà cosa mangia…”

“Nani!” Disse il mostro.

“Cosa!?” Esclamò Gulmyr sussultando.

“Queste cose le hanno fatte i nani.” Continuò l’orco picchiettando sulla placca fusa nel petto.

“Servono per curare le ferite più profonde e proteggermi dalle nuove.”

“Capisco…” Aggiunse l’elfo.

“Comunque noi dovremo trattenerti ancora qualche istante per farti due domande.”

“No!” Sussurrò invano il nano.

“Bene! Chiedi pure.” Affermò il mostro.

“Iniziamo dal tuo nome.”

Zubrak.”

“Perché sei qui?”

“Voglio mettermi in proprio. Sin da piccolo ho combattuto per conto di altri e ora ho voglia di combattere per me stesso.”

“Affascinante, ma intendo dire che cosa stavi facendo con quei barili.”

“Ti ho già risposto. Ora basta.”

Così il mostruoso essere si girò nuovamente dirigendosi a una nave ormeggiata poco più avanti.

“Lascialo andare!” Disse Gulmyr strattonando la manica del collega. Panfir si trattenne dal richiamarlo e fece per abbandonare il molo, quando un manipolo di pirati si avvicinò a loro. Riconobbe subito che si trattava della ciurma di Alovar, tra cui vide anche il capitano, impegnato a trangugiare del vino tra una risata e una battuta.

“Capitano! Le devo parlare!” Gridò il supervisore.

Interrotto il suo cammino, il mezzelfo nascose dietro di sé uno dei suoi uomini. Sembrava che quest’ultimo fosse l’unico sobrio e portava tra le mani uno scrigno di notevole fattura.

“Credo che tu non sappia con chi stai parlando.” Biascicò Alovar tentando di non perdere l’equilibrio.

“Abbiamo avuto un problema con…”

“Ehi!” Esclamò un pirata indicando la nave dell’orco. “Quella non è la Razziatrice?”

“E quello non è Zubrak!?” Domandò un altro membro della ciurma.

Alovar non fece in tempo a mettere a fuoco l’immagine che una freccia infuocata passò sopra le loro teste, colpendo uno dei barili trasportati sulla Tempesta. Una raffica di esplosioni a catena avvolse l’intero ponte della nave, decapitando l’albero maestro e scaraventando a terra tutti coloro che erano accanto al vascello. Il capitano non perse i sensi per miracolo, ma una scheggia conficcata nella spalla gli impediva di afferrare la spada. Attorno a sé vedeva solo morte. Era letteralmente circondato da corpi mutilati e divorati dal fuoco, mentre un’imponente figura si avvicinava facendosi largo tra le fiamme.

“Zubrak!” Esclamò Alovar strisciando verso l’acqua.

“Non sforzarti di scappare, capitano!”

Alcune risate seguirono l’affermazione dell’orco. Era la ciurma della Razziatrice, che, scesa dalla nave, si schierò alle spalle del mostro.

“Anche voi!? Perché!?” Chiese il pirata sanguinante.

“Non vogliamo più essere i tuoi schiavi!” Gridò un uomo dell’equipaggio.

Alovar era chiaramente in preda al panico, ma riusciva ancora a sfidare l’orco guardandolo dritto nei suoi occhi neri.

“Ti ho dato una nave! Ti ho dato una ciurma! Tu sei il mio guerriero migliore! Ti ho cresciuto da quando ti ho trovato in quel relitto per…”

“Per missioni suicida! Per razziare e massacrare solo nei tuoi interessi!” Lo interruppe Zubrak con voce tonante.

“So bene che mi vedevi come una minaccia! So bene che mi mandavi ad affrontare scontri sempre più difficili sperando di liberarti di me! Ora basta! Mi hai sempre usato come carne da macello. Adesso sarò il macellaio!”

L’orco impugnò il suo maglio da guerra.

“Fermo!” Esclamò Alovar. “Sei in debito con me! Saresti morto di fame se non ti avessi recuperato tra i resti di quel relitto! L’alta marea avrebbe rivendicato il tuo cadavere! Vuoi davvero mordere la mano che ti ha nutrito per tutto questo tempo!?”

“Hai ritratto la mano da molto tempo. Io miro al collo!”

Zubrak alzò l’arma sopra la propria testa e vibrò il colpo che spezzò il collo del pirata.

Il silenzio calò sul molo, mentre un’espressione soddisfatta si dipinse sui volti della ciurma della Razziatrice. Zubrak si abbandonò dunque a una fragorosa risata, seguito dai suoi compagni.

“Da ora lavoreremo solo per noi! Ci spartiremo i bottini in parti uguali, come una vera famiglia… e ognuno avrà il proprio pezzo di carne!” Gridò il mostro alzando il maglio al cielo.

In quell’istante, un pirata della razziatrice, armato di arco e frecce, uscì dall’acqua tenendo in braccio lo scrigno custodito da Alovar.

“L’ho preso, capo! L’ho preso!”

“Bene! Per troppo tempo Alovar ci ha sfruttati, dandoci briciole, mentre si vantava del suo inestimabile tesoro! Ora è nostro!”

La ciurma esultò e il pirata consegnò lo scrigno a Zubrak.

“Dov’è la chiave?” Chiese l’orco.

Non saprei, non…” Zubrak afferrò l’arciere per il collo, sollevandolo da terra.

“E come farei ad aprirlo? Sentiamo.” Gli chiese ringhiandogli in faccia.

Sul molo calò nuovamente il silenzio finchè il malcapitato non riuscì a balbettare poche parole.

“Il… il costruttore! Lui saprà…”

“Giusto!” Esclamò Zubrak lasciando cadere il pirata.

“Fate venire Halbek!”

Due pirati scesero dalla Razziatrice scortando un vecchio nano con una cintura stracolma di attrezzi da lavoro.

“Ecco il mio fabbro e medico preferito!” Sghignazzò il mostro tra le risate degli altri membri dell’equipaggio.

“Aprilo!” Ordinò gettando lo scrigno ai piedi di Halbek.

Il nano si mise subito al lavoro senza proferire parola e in pochi istanti aprì il prezioso contenitore.

“Vuoto!?” Esclamò un dei pirati dietro il fabbro.

All’interno non c’era nulla. Nessun tesoro, nessun gioiello o artefatto di valore, ma il nano notò qualcosa.

“Incisioni. Sul fondo.” Borbottò sotto i folti baffi.

“Cosa!?” Chiese Zubrak.

“Sembra un marchio dell’Ordine Aureo. Ho sentito che un piccolo contingente si è accampato poco lontano, nell’entroterra.”

“Alovar deve aver avuto un accordo con loro. Forse ha nascosto qualcosa!” Ipotizzò uno dei contrabbandieri.

“Bene!” Aggiunse l’orco.

“Vorrà dire che chiederemo il tesoro all’Ordine stesso!”

La ciurma esultò estraendo le armi, ma Halbek rimase impassibile, interrompendo i festeggiamenti con poche parole.

“Da quel che so non è una bella situazione. Mi è giunta notizia che truppe dell’Ordine cercano aiuto per un lavoro. Sono stati attaccati o qualcosa del genere.”

“Vorrà dire che noi li aiuteremo!” Esclamò Zubrak.

“Perché non li attacchiamo anche noi?” Domandò l’arciere massaggiandosi la gola.

“Perché loro hanno un esercito. Non potremmo mai sostenere uno scontro diretto con le nostre forze. Ci uniremo a loro e ci saranno anche riconoscenti! A nessuno darà fastidio se qualcuno dei nostri farà qualche domanda per capire cosa significa questo scrigno. Dopotutto, non siamo più i pirati di Alovar. Siamo un manipolo di nobili marinai, pronti ad aiutare chi è in difficoltà… in cambio del giusto compenso!” Le risate della ciurma chiusero la frase del capitano.

“Lasciamo questo porto e facciamo fruttare gli affari.” Continuò Zubrak.

“Adesso siamo noi i macellai!”