UNA BREVE, FALSA AUTOBIOGRAFIA
16 gennaio 1873
“Credo sia ormai giunto il momento di
dedicarmi alla scrittura della mia autobiografia. Non vedo alcun motivo per cui
non dovrei riportare nero su bianco le mie innumerevoli e straordinarie gesta, anche
fosse solo per ispirare gli Americani a compiere altre meraviglie! Perché,
ricordatevi, l’importante è sapere che si può fare di tutto in questo magnifico
Paese… a patto che si posseggano almeno metà delle mie doti, ovviamente.”
Tobias Finnegan concluse così l’esordio
del nostro incontro, aggiungendo una risata e un sorso di whisky.
Mi trovavo nel saloon della cittadina di
Bison Moor, per concedermi un breve riposo dal mio lungo viaggio, quando notai
che l’attenzione di molti clienti era attirata dalla voce e dal gesticolare di
quell’uomo, il tenente Finnegan. Egli aveva l’aspetto di un grande
intrattenitore e, nell’arco di poche ore, raccontò molto del suo passato, quasi
come se stesse effettivamente leggendo la propria autobiografia al gruppo di
bevitori che si erano avvicinati al suo tavolo.
Quando mi unii a loro, Tobias non sapeva
che fossi uno scrittore. Mi limitai a presentarmi come John Richman, un
viaggiatore in cerca di storie. Dopo il mio breve periodo nell’esercito,
sentivo un bisogno di adrenalina e so bene che una divisa può sempre nascondere
molti racconti. Fu per questo motivo che presi una sedia accanto a Finnegan.
Il tenente accompagnava le sue parole con
ampi gesti teatrali, quasi come se stesse recitando su un palcoscenico.
Un’impressione che, da un certo punto di vista, era più vicina alla verità
delle sue stesse avventure.
Disse di essere nato a Filadelfia, nel 1828,
da una ricca famiglia di mercanti d’armi. Avrebbe potuto continuare con gli
affari di famiglia, ma, quando la nazione chiamò per combattere la guerra di
secessione, non poté reprimere il suo patriottismo e la sua sete di avventura.
Così prese le armi a difesa dei valori della patria. Il coraggio, una mente
predisposta alla strategia militare e un’astuzia fuori dal comune, sono state
le sue armi per far carriera nell’esercito, surclassando quei soldati che “non
vedranno mai oltre la canna del proprio fucile”, giusto per citare le sue
stesse parole.
Ha poi raccontato del suo primo vero
incarico, durante la battaglia di Baton Rouge, dopo un anno di eccellente
addestramento presso il corpo ufficiali dell’Unione. Era schierato in prima linea,
tra le truppe del generale Williams, e affermò di aver dato un sostanziale
contributo alla disfatta delle forze confederate, guidando con successo un
manipolo di uomini contro un folto schieramento di miliziani filo-sudisti. Ottenne
così la sua prima promozione sul campo. Disse anche di aver stretto tra le
braccia lo stesso generale, nel momento della sua morte, e di averlo vendicato
sparando con estrema precisione al suo assassino.
Fu in quel momento che mi ricordai di lui.
Ero presente anch’io alla battaglia di Baton Rouge e avevo visto con i miei
occhi la morte di Williams. Durante l’attacco sudista, il generale fu colpito a
morte dal nemico e, quando si accasciò a terra, cadde su un sottufficiale. Ricordai
che quest’ultimo, con sguardo atterrito, non esitò un istante a scansare
brutalmente il corpo di Williams per poi sparare qualche colpo di pistola verso
le forze confederate, quasi alla cieca, mentre, con l’altra mano, si puliva la
divisa dalla terra e dal sangue, finché non raggiunse una copertura per
nascondersi. Sì, mi ricordo bene di lui. Era lo stesso a cui prima, durante il
nostro assalto, era stata assegnata una piccola squadra d’avanguardia per
sfoltire le forze sudiste separatesi dal grosso del contingente confederato. Un
mio amico era tra loro e mi ha raccontato di questo sottufficiale che aveva
convinto l’unità a riposare in un rudere poco lontano dalla zona da setacciare.
Affermava che sarebbe stato il punto più strategico per controllare la zona. Così
si accamparono e, dopo poche ore, videro che un gruppo di miliziani stava
avanzando verso la loro baracca, ignaro della loro presenza. Inizialmente il
sottufficiale ordinò di non ingaggiarli, ma il nemico continuava ad avvicinarsi
e, improvvisamente, egli sparò il primo colpo, uccidendo uno dei nemici. Il mio
amico giura di aver avuto l’impressione che quel colpo fosse partito per errore.
Forse il sergente aveva premuto il grilletto perché troppo teso.
Dunque, quell’uomo era proprio Tobias
Finnegan. Non mi sarei mai aspettato di rincontrarlo in queste circostanze,
vivo e ancora nell’esercito. Ovviamente ero consapevole di dover pesare con
cautela le sue parole. Ci disse di aver partecipato a innumerevoli missioni e
di aver viaggiato quasi in tutti gli Stati, eccellendo sempre nelle sue azioni,
fungendo da esempio e scalando la gerarchia militare con estrema modestia e
facilità.
Il suo ultimo incarico risale a due anni
fa, nei pressi di Fort Benton. Doveva guidare un assalto contro un accampamento
di Crow che minacciavano il trasporto locale di viveri e munizioni. Raccontò
che non sarebbe stato facile eliminare quei mostri senza la sua arguzia. Tentò
in primis di agire civilmente, trattando con loro come quando si dà un osso a
un cane per liberarsi delle sue fastidiose attenzioni. Raggiunse a cavallo il
loro accampamento, senza scorta, e offrì un carico di alcolici a patto che
lasciassero la regione per sempre. Purtroppo, il loro capo reagì
aggressivamente, tentando di disarcionarlo, ma senza successo. Con un rapido
movimento, Tobias gli diede un calcio in pieno petto, facendolo ruzzolare
all’indietro. Il gesto di rivolta del loro leader fu comunque sufficiente a
dare coraggio a quel “branco di barbari”. Li definì esattamente così. I Crow
rifiutarono la proposta e costrinsero Finnegan a fuggire senza il carico di
alcolici.
Il giorno dopo, Tobias tornò col resto dei
suoi uomini e sterminò l’intero accampamento in una feroce battaglia contro
quei ferali guerrieri. Da allora restò a presidiare la zona fino a nuovi ordini
e aggiunse che non vi furono più disordini sotto la sua supervisione. Questa
volta non avrei potuto smentire le sue parole, se, all’uscita dal locale, non
avessi incontrato uno dei suoi uomini, un certo Nick. Il soldato mi
raccontò che inizialmente Finnegan si era mosso con una numerosa scorta per
donare gli alcolici agli indiani, poi si ritirò e attese il giorno dopo. Quando
attaccarono con tutte le forze, molti Crow stavano ancora dormendo e gli altri
erano tanto ubriachi da non riuscire a incoccare neanche una freccia. Fu un
attacco brevissimo e chiaramente impari.
Per tornare però al nostro “cantastorie”,
prima di lasciare il saloon, mi avvicinai a lui e gli chiesi se avesse avuto a
che fare con quelle misteriose vicende avvenute in zona, fatti che, d’altronde,
sono il vero motivo della mia presenza qui. Voci simili attirano sempre la
curiosità di uno scrittore amatoriale. Finnegan si irrigidì per un istante
quando accennai a quei fatti. Avvertii uno sfuggente sguardo impaurito, ma poi
il tenente rispose con il suo solito fare da intrattenitore, sicuro di sé come
un vero uomo di spettacolo.
“Non le mentirò! I mostri esistono su
questa terra e Dio solo sa quanti ne ho affrontati… ma non sono quelli che
intendete voi, amico mio. Avete ben altro da temere. Creature giganti, fantasmi
e spiritelli non esistono se non nelle storie… e voi avete sentito soltanto
questo… delle storie!”
Si concluse così la mia serata, mentre Tobias
Finnegan salutava e ringraziava il suo pubblico con un brindisi offerto dalla
casa, prima di tornare in servizio per il suo prossimo incarico. Non so se lo
rivedrò mai. Quell’uomo ha avuto molta fortuna in passato e ora continua a
ficcarsi in situazioni pericolose. Sinceramente, in futuro spero di assistere nuovamente
a uno dei suoi spettacoli, sfruttando l’occasione per sentir raccontare le sue
straordinarie storie autobiografiche.
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